HANNO DETTO DI LUI

DALLA PREFAZIONE DI “DEMOS. IL MARE DI RIMINI” EDIZIONE TRADEMARK ITALIA 2005
Ecco perché nei quadri di Demos si vedono, come in filigrana, De Pisis, Guttuso e quindi la scuola di Cezanne.  Tre modelli artistici che si aggirano tra paesaggi e nature morte, fra giacche e sciarpe nel guardaroba e gabbiani che si impennano improvvisamente per volare nel cielo.

Verso Demos, pittore dei migliori anni della nostra vita, abbiamo tutti un motivo di riconoscenza non solo perché ci lascia guardare nella nostra memoria per dir così, con gli occhi di allora, ma perché la qualità anche morale di ciò che essa richiama alla mente – lo capiamo oggi  – aveva la natura per durare e per prolungare la memoria della nostra vita e per ricordarci cose e persone che l’hanno resa amabile e degna di rimpianto.

Vorrei togliere qualunque possibile sospetto di paesanità, di folklore, e soprattutto di indulgenza a chi legge queste righe dedicate a Demos Bonini, “artista in Rimini”, come si sarebbe scritto in una cronaca rinascimentale. Demos fa parte di quella razza di artisti umanamente estinta che continua a farsi rivedere nei sui quadri. E noi per questo, a ciglio asciutto, siamo qui a parlare di Demos perché c’è ancora qualcosa da dire.

Sergio Zavoli

Rassegna Stampa

All’origine

01/01/1971