Normale, poetica insistenza

Aragon lo chiamava il “normale poetico”: non ingenuo gusto del semplice, pigra accoglienza del quotidiano, facile amicizia col natu­rale; al contrario, questa normalità chiede a un artista molte fatiche e virtù, come ad esempio l’esser metodici e non abitudinari, tecnici e non esteti, poeti e non sentimentali, religiosi, semmai, e non mistici.
Demos Bonini, che cresce nella bottega del padre e si forma alla scuola di Urbino, ha dunque origini umane e artistiche ben garantite della probità artigiana, sa come intendere quelle due parole, apparen­temente innocenti, di Aragon.
Sa cioè che la vita di un artista è, in fondo, di una straordinaria, nutriente monotonia, e che soltanto un dilettante o un superficiale può illudersi di creare uno scandalo ad ogni stagione. Sinisgalli applicò a Cantatore, un maestro, questo giudizio e non risulta che il pittore pugliese l’abbia mai rifiutato nel suo esodo contadino, né a Parigi né a Brera.
Demos, che ha dato tutte le sue prove e fatto tutte le sue verifiche dove è nato, cioè sul mare, ha la severa monotonia di chi tiene in sospetto ogni sorta di simulazione; si confronta ogni giorno col risultato di ieri, misurando animo e materia non sul patetico e sul casuale, tenendosi non ai rami fuggevoli della fantasia, ma al tronco presente della coscienza, immaginando non per inseguire sensazioni ma per formare una ragionata ossessione.
Le giacche non sono il gioco emblematico di chi, diffidando dell’uomo, lo svuota del suo corpo perché non gli riconosce nobiltà e sofferenza; le giacche sono il segno ambiguo di una presenza che ha la forma insostituibile dell’uomo, sono la nostalgia del ritorno più che l’accettazione della partenza. Del resto, la scelta elettiva di Demos (il meno migrante degli uomini) sarebbe quella di stare, di vivere e rivivere una occasione sola.
Ma la vita porta via e allora c’è in questi uomini rimasti appesi ai luoghi abbandonati per amore, il presentimento di un esodo che, attraversato tutto il deserto, rifarà la sua strada, perché la Montagna è alle spalle. Demos non fa operazioni surreali sulla carne dell’uomo; se l’uomo non c’è, perché l’hanno messo in fuga insopportabili ingiurie, rimane amorevolmente intatta l’orma lasciata dal suo passaggio.
Normale e poetica è proprio questa insistenza nel ricondurre davanti ai nostri occhi il simulacro dell’uomo assente, nel ridarcene l’immagine inchiodata nei luoghi dolorosamente ripudiati, nel mostrarci gli oggetti del suo rifiuto: dai grattacieli ora fondati persino dentro il mare (cioè qualcosa che occupa gli spazi non più difendibili della memoria), alle case, alle spiagge, alle campagne dove la vita ebbe il suo poetico e civile momento di tregua e di impegno fra nascita e morte.
Finita la stagione delle ipotesi, persuaso (a torto o a ragione, non sta a me dirlo) degli inganni subiti, ma certo consapevole che l’uomo lungamente amato non c’era più (non nella casina di via Dante, non nei soppalchi lasciati come tante “stazioni” nel suo cammino dentro la città, non nei sodalizi con cui aveva cresciuto l’immagine radicale di una società nuova) ha dichiarato sulla tela la fine del suo impossibile rinascimento, denunciando un viaggio fin troppo amato, lungo il quale l’uomo ha lasciato indizi di sé: giacche come orme, appunto, reperti di una storia che solo qualche gabbiano, o cieli di colpo rabbuiati, o porte dischiuse, o pareti cadute, dicono ancora salvabile, ancora aperta a una speranza mai rinnegata perché mai rimpianta.
Sergio Zavoli
Da Demos Bonini, Edizioni d’arte Ghelfi, Verona 1972