La mazzola (Trigla lucerna), chiamata comunemente gallinella, è un pesce che abita i nostri fondali sabbiosi. È nota non solo per la prelibatezza delle sue carni, fondamentali per un buon brodetto alla romagnola, ma anche per la sua fisionomia particolare: la testa grossa, protetta da placche ossee, e le pinne pettorali ampie e colorate che sembrano ali.
L’interpretazione di Demos Bonini Anche in questo caso, Demos Bonini (1915-1991) dimostra la sua sensibilità nel ritrarre gli elementi della realtà quotidiana e marinaresca. Nelle sue nature morte, le mazzole non sono semplici pesci appoggiati su un piano, ma diventano protagonisti di una narrazione cromatica. Bonini riesce a esaltare il rossore della pelle e la struttura scultorea della testa, tipica di questo pesce, inserendoli in quel contesto di “oggetti della memoria” che caratterizza gran parte della sua produzione.
Per l’artista riminese, ritrarre una mazzola o una canocchia significava rendere omaggio al lavoro dei pescatori e alla dignità del cibo povero, elevandolo a dignità artistica attraverso una pittura solida e attenta al dato reale.
Il confronto storico Come per altri pesci dell’Adriatico, il riferimento iconografico precedente è spesso rintracciabile nelle opere di Nicola Levoli (1728-1801). Se nel Settecento di Levoli la mazzola era parte di una composizione barocca e abbondante, in Bonini essa subisce un processo di sintesi novecentesca, dove l’attenzione si sposta sulla forma e sul valore simbolico del pescato.
Di Sergio Sermasi
Corriere Romagna 30 novembre 2020