Le disavventure del cippo di Giulio Cesare

Le disavventure del cippo di Giulio Cesare

Cristina Ravara Montebelli nel volume “Alea Iacta est. Giulio Cesare in archivio”, edito dal Ponte Vecchio di Cesena nel 2010, con passione e accurata precisione documentaria, ripercorre le peripezie del cippo di Giulio Cesare. In breve, è assodato che il pilastro attualmente in piazza Tre Martiri risalga al 1555, eretto dai Consoli bimestrali riminesi per ricordare il discorso di Giulio Cesare ai suoi legionari dopo aver attraversato il Rubicone.

Oggetto di controversie è invece l’identificazione nel “pietrone”, che in origine gli fa da cappello, del vero “suggestum” oratorio, anche se molti elementi portano a ritenere che la pietra sia di epoca romana, forse i resti di una struttura di maggiori dimensioni. Che Cesare vi sia salito sopra per arringare il suo esercito nel foro di Rimini è ancora tutto da dimostrare, ma tanto vuole la tradizione.

Nel 1818, dopo il restauro, il cippo si presenta completo della base e del “pietrone” superiore. Nel corso degli anni, però, subisce diversi spostamenti: viene rimosso dalla sua sede originaria per esigenze di viabilità e collocato a ridosso del templetto di Sant’Antonio. Successivamente, i lavori di rifacimento della pavimentazione che sconvolgono la piazza favoriscono il ritorno del cippo nella posizione attuale.

Nel 1943-44 la piazza subisce i massicci bombardamenti alleati, tanto da riempirsi di macerie in mezzo alle quali sembra finire anche il pietrone, ridotto in pezzi e rimosso con esse. Si perde così l’unico manufatto romano. A cavallo dei due millenni, una nuova pavimentazione della piazza restituisce l’”antica” sede a quel che resta del cippo restaurato: all’imbocco di via IV Novembre.

Gli artisti della memoria Nel 1931, Alberto Bianchi (Rimini 1882 – Milano 1969) rivela la sua abilità grafica elevando il “suggestum” a simbolo della città, disegnandovi sopra un’invitante bagnante in un celebre manifesto.

Con lui, Luigi Pasquini (Rimini 1897-1977) — del quale è stata recentemente curata l’antologica “Luigi Pasquini. Un cronista del pennello” nel Museo della Città — ritrae in più occasioni, con la precisione che lo contraddistingue, il cippo nella sua completezza prebellica. L’artista continuerà anche nel dopoguerra a farne il soggetto dei suoi acquerelli, come quello esposto nella mostra “Memorabilia” all’Embassy Gallery di Marina Centro.

Infine, anche Demos Bonini (1915-1991) viene annoverato tra i grandi interpreti che hanno contribuito a mantenere vivo il legame tra la città e i suoi simboli storici, inserendo il cippo e altri scorci di Rimini in una produzione artistica che fonde cronaca e sentimento.

Corriere Romagna – Lunedì 29 Gennaio 2018
Di Sergio Sermasi