Tra gli artisti che la Romagna generosamente nutre, appagandoli con la sua bellezza di terra e sempre richiamandoli con struggenti nostalgie, Demos Bonini è tra i più schivi, taciturni, appartati e al tempo stesso quello più elegante, filosofo, conservatore.
Un uomo dalle inquietudini profonde e la disponibilità immediata, la capacità poliedrica, i capricci improvvisi e le tenacissime fedeltà. Per molti lati somiglia, come carattere, a Federico Fellini che cominciò a mescolare i colori con lui, in una bottega di Rimini. “… lavoravamo per la pubblicità del cinema Fulgor” – scrive Fellini – “Per ogni manifesto quattro ingressi in galleria”. Poi Demos è diventato pittore. Portarlo via da casa è sempre stata un’impresa, com’è del resto un’impresa trovare una pittura altrettanto libera, di una moralità così salda e fedele … “E’ vero, ma è solo parte del vero”.
Le evasioni di Bonini, anche quelle di cui era preparato minuziosamente il ritorno, hanno avuto caratteri definitivi per la sua spiritualità. Fuggire, oggi è una questione di trasferimento da un luogo all’altro. La terra è diventata troppo angusta, specie per un pittore che – se vuole ritirarsi in esilio – deve sempre avere a portata di macchina un negozio di colori.
Si ha un bel sognare rifugi claustrali, isole deserte, eremi irraggiungibili: il giorno che finisce la scorta di sigarette, l’ultima bottiglia è stappata e l’indicatore della benzina segna rosso si entra in crisi e si corre disperatamente al primo telefono pubblico a chiamare i pompieri per un incendio immaginario, si pagherà la multa ma il carro attrezzi ti riporterà nella odiata-amata civiltà.
Così è Demos, che cento volte ha preso la sua barca e ha innalzato la vela della libertà e cento volte è tornato indietro, nella sua Romagna carica di suggestioni, ricca di vita, calda d’amicizia.
Cento volte ha appeso al chiodo la giacca da marinaio, la camicia inzuppata d’acqua salsa, il berretto stinto, e altrettante ha ripreso questi simboli di libertà per ripartire. Tra una fuga e un’altra ha dipinto, disegnato, lavorato il rame col mazzuolo e la fiamma ossidrica (non a sbalzo come erroneamente annotano) ha inciso sul legno e sullo zinco, ma nel suo studio la presenza affettuosa, vigile, invitante della vecchia giacca da marinaio gli ha lasciata aperta la porta verso l’avventura.
Carica di vento e di sogni, di delusioni e di sale, la vecchia giacca di Bonini passa direttamente dalla barca alla poesia. Quanti di noi hanno palpitato di gioia e di speranza tirando su l’ancora e issando la vela:
non necessariamente un’ancora di ferro e una vela di tela, anzi la maggior parte dei nostri viaggi alla ricerca della misura felice dell’esistenza, verso la conquista della dimensione equilibrata di noi stessi sono stati compiuti ad occhi chiusi, nell’immobilità della meditazione: e quante volte siamo tornati al porto della memoria di un tempo e a una condizione di cui troppo tardi abbiamo scoperto la coscienza della felicità.
Chiunque di noi ha la vecchia giacca della giovinezza appesa al chiodo della vita, conficcato nella parete più illuminata dell’anima e conosce il percorso per arrivare alla darsena segreta dove attende il battello intatto del nostro ideale. Coraggio, partiamo!
Un uomo dalle inquietudini profonde e la disponibilità immediata, la capacità poliedrica, i capricci improvvisi e le tenacissime fedeltà. Per molti lati somiglia, come carattere, a Federico Fellini che cominciò a mescolare i colori con lui, in una bottega di Rimini. “… lavoravamo per la pubblicità del cinema Fulgor” – scrive Fellini – “Per ogni manifesto quattro ingressi in galleria”. Poi Demos è diventato pittore. Portarlo via da casa è sempre stata un’impresa, com’è del resto un’impresa trovare una pittura altrettanto libera, di una moralità così salda e fedele … “E’ vero, ma è solo parte del vero”.
Le evasioni di Bonini, anche quelle di cui era preparato minuziosamente il ritorno, hanno avuto caratteri definitivi per la sua spiritualità. Fuggire, oggi è una questione di trasferimento da un luogo all’altro. La terra è diventata troppo angusta, specie per un pittore che – se vuole ritirarsi in esilio – deve sempre avere a portata di macchina un negozio di colori.
Si ha un bel sognare rifugi claustrali, isole deserte, eremi irraggiungibili: il giorno che finisce la scorta di sigarette, l’ultima bottiglia è stappata e l’indicatore della benzina segna rosso si entra in crisi e si corre disperatamente al primo telefono pubblico a chiamare i pompieri per un incendio immaginario, si pagherà la multa ma il carro attrezzi ti riporterà nella odiata-amata civiltà.
Così è Demos, che cento volte ha preso la sua barca e ha innalzato la vela della libertà e cento volte è tornato indietro, nella sua Romagna carica di suggestioni, ricca di vita, calda d’amicizia.
Cento volte ha appeso al chiodo la giacca da marinaio, la camicia inzuppata d’acqua salsa, il berretto stinto, e altrettante ha ripreso questi simboli di libertà per ripartire. Tra una fuga e un’altra ha dipinto, disegnato, lavorato il rame col mazzuolo e la fiamma ossidrica (non a sbalzo come erroneamente annotano) ha inciso sul legno e sullo zinco, ma nel suo studio la presenza affettuosa, vigile, invitante della vecchia giacca da marinaio gli ha lasciata aperta la porta verso l’avventura.
Carica di vento e di sogni, di delusioni e di sale, la vecchia giacca di Bonini passa direttamente dalla barca alla poesia. Quanti di noi hanno palpitato di gioia e di speranza tirando su l’ancora e issando la vela:
non necessariamente un’ancora di ferro e una vela di tela, anzi la maggior parte dei nostri viaggi alla ricerca della misura felice dell’esistenza, verso la conquista della dimensione equilibrata di noi stessi sono stati compiuti ad occhi chiusi, nell’immobilità della meditazione: e quante volte siamo tornati al porto della memoria di un tempo e a una condizione di cui troppo tardi abbiamo scoperto la coscienza della felicità.
Chiunque di noi ha la vecchia giacca della giovinezza appesa al chiodo della vita, conficcato nella parete più illuminata dell’anima e conosce il percorso per arrivare alla darsena segreta dove attende il battello intatto del nostro ideale. Coraggio, partiamo!
Ugo Moretti
Da Quaderni Artisti Italiani d’oggi, n. 72, Edizioni d’arte Ghelfi, Verona 1975
Da Quaderni Artisti Italiani d’oggi, n. 72, Edizioni d’arte Ghelfi, Verona 1975