L’opera “grafica” di Demos Bonini è esemplare. Essa appare anzitutto rivelatrice, e non è poco, di una sorprendente capacità dell’artista di esprimersi e creare servendosi in modo estremamente maturo di tutte le tecniche, di fare con esse costantemente della “pittura” nel senso più ampio del termine offrendo una gamma di narrazioni ora squisitamente liriche, ora sprofondanti nel mistero, ora garbatamente satiriche ma condotte sempre, in ogni caso, sul filo d’una acuta introspezione, di un’autentica profondità interpretativa; introspezione e interpretazione assolutamente naturali e spontanee e percettibili grazie ad un’attenta lettura.
L’ago della bussola di Bonini l’abbiamo visto puntato, in pittura, assai spesso su un curioso motivo – la giacca – ch’egli ha ripetuto come un “refrain” suscitando peraltro, anche qui, atmosfere sempre nuove, facendo allusioni d’estro freschissimo, in delicato equilibrio fra grottesco e ironia. E’ divenuto popolare, quindi, il costante motivo della “giacca” apparizione ammiccante in ambienti sempre diversi, spesso totalmente diversi, nelle prospettive più varie chiamata ad indicare più che la presenza dell’uomo quella della sua anima, della sua coscienza, fino ad assumere intenso valore simbolico.
“Questa – sembra dirci Bonini – è l’involucro di cui nei nostri tempi s’adorna, in cui si chiude. Adesso cercate appunto l’uomo e non faticherete a trovarlo nella dimensione poetica quella che lo rende presente ma invisibile, spirito ovunque incipiente ma eternamente vagante”. Questo dell’involucro dell’uomo, la crisalide che invece di vederlo nascere lo guarda mentre muore, è però soltanto un episodio ancorché “storico” e perciò estremamente significativo, di questo pittore riminese che ha il mare nel sangue e ce lo fa sentire come rumore misterioso e riverbero su tutte le cose, spesso in modo diretto ma talvolta in forma indiretta ma non per questo meno efficace, nei canneti, nei cieli nuvolosi, nei “nocchi” negli arbusti, nelle foglie, nelle spiagge. Tuttavia nella “grafica” l’elemento surreale non predomina, il simbolo non si avverte quasi più, il discorso si stende in modulazioni più agevolmente riconoscibili anche se altrettanto intense e vibranti.
Ecco allora Demos Bonini “grafico” orientarsi ovunque vi siano, percettibili al suo “radar” cosmico, possibilità d’ispirazione e d’indagine psicologica, notazione di costume e di vita o, semplicemente, richiamo di suggestione estetica; tutto ciò concepito quasi come sollecitazioni dell’inconscio. I motivi arguti che nelle giacche sono portati al diapason di una lucida ossessione, di un’esasperazione della memoria li ritroviamo, in altre forme avulsi da un ceppo unico ma distribuito in tanti tronchi diversi ricchi di umori, nelle figure al mare o all’osteria, nei ritratti, tra i pescatori, perfino tra i chirurghi attorno al tavolo operatorio e, naturalmente, tra quelle macchine che della nostra epoca – e sta qui l’aggancio più evidente alla perenne attualità dell’uomo – sono l’emblema più eloquente ed anche rumoroso; ma è un fracasso che Bonini sa magistralmente ridurre a silenzio poetico, a stupefazione metafisica. Un mondo domato dopo esser stato evocato.
La purezza e l’incisività del segno che fa rivivere in termini poetici la forma e la riassume. Sarebbe anzi prontissima ad accogliere, nel suo abbraccio, il colore ma anche così, a volte bloccata con energia dalla linea spessa, talaltra sottilissima oppure accennata con una sorta di sfumo o di velatura, questa forma pulsa di esistenza propria, irripetibile. Così, con i disegni, gli acquarelli, gli inchiostri, i “carboni”, le xilografie, le puntesecche, i “pennarelli” Bonini ci fa percorrere, emozione dopo emozione, un lungo itinerario in mezzo all’uomo, con o senza giacca; un viaggio nello spirito, nell’ambiente, nel lavoro dell’uomo ovunque l’occhio sensibile dell’artista abbia “visto” o “immaginato”.
Ma nulla di convenzionale vi è in questo pellegrinaggio: ogni immagine, scaturita da una tecnica sapiente e impeccabile, priva di virtuosismo, è concepita in chiave poetica e tanto basta a porla su un piano ideale, a sottrarla all’usura del consumo, a farla più spirito che materia.
In Bonini si coglie una strana capacità di sognare da sveglio, di fantasticare occupandosi senza ambasce di tutto ciò che è più reale, di idealizzare su un piano di assoluta concretezza, di costruire il pensiero servendosi di tutto ciò che è più normale, corrente, senza funambolismi. Valga per tutti un esempio: quello della motocicletta, dopo quello della giacca.
La motocicletta è aggeggio molto comune; ma una montagnola di motociclette significa già l’ingresso a vele spiegate nell’invenzione, nella filosofia, nella dimensione onirica.
Un’impostazione colta, un poco letteraria nel senso migliore del termine. Bonini non fa dell’ermetismo gratuito, svegliando il cuore ma non certo colpendolo con armi romantiche, per arrivare razionalmente al cervello, in modo a volte scanzonato, sulla strada più difficile, costellata di diavolerie sottilissime, terribilmente umane
L’ago della bussola di Bonini l’abbiamo visto puntato, in pittura, assai spesso su un curioso motivo – la giacca – ch’egli ha ripetuto come un “refrain” suscitando peraltro, anche qui, atmosfere sempre nuove, facendo allusioni d’estro freschissimo, in delicato equilibrio fra grottesco e ironia. E’ divenuto popolare, quindi, il costante motivo della “giacca” apparizione ammiccante in ambienti sempre diversi, spesso totalmente diversi, nelle prospettive più varie chiamata ad indicare più che la presenza dell’uomo quella della sua anima, della sua coscienza, fino ad assumere intenso valore simbolico.
“Questa – sembra dirci Bonini – è l’involucro di cui nei nostri tempi s’adorna, in cui si chiude. Adesso cercate appunto l’uomo e non faticherete a trovarlo nella dimensione poetica quella che lo rende presente ma invisibile, spirito ovunque incipiente ma eternamente vagante”. Questo dell’involucro dell’uomo, la crisalide che invece di vederlo nascere lo guarda mentre muore, è però soltanto un episodio ancorché “storico” e perciò estremamente significativo, di questo pittore riminese che ha il mare nel sangue e ce lo fa sentire come rumore misterioso e riverbero su tutte le cose, spesso in modo diretto ma talvolta in forma indiretta ma non per questo meno efficace, nei canneti, nei cieli nuvolosi, nei “nocchi” negli arbusti, nelle foglie, nelle spiagge. Tuttavia nella “grafica” l’elemento surreale non predomina, il simbolo non si avverte quasi più, il discorso si stende in modulazioni più agevolmente riconoscibili anche se altrettanto intense e vibranti.
Ecco allora Demos Bonini “grafico” orientarsi ovunque vi siano, percettibili al suo “radar” cosmico, possibilità d’ispirazione e d’indagine psicologica, notazione di costume e di vita o, semplicemente, richiamo di suggestione estetica; tutto ciò concepito quasi come sollecitazioni dell’inconscio. I motivi arguti che nelle giacche sono portati al diapason di una lucida ossessione, di un’esasperazione della memoria li ritroviamo, in altre forme avulsi da un ceppo unico ma distribuito in tanti tronchi diversi ricchi di umori, nelle figure al mare o all’osteria, nei ritratti, tra i pescatori, perfino tra i chirurghi attorno al tavolo operatorio e, naturalmente, tra quelle macchine che della nostra epoca – e sta qui l’aggancio più evidente alla perenne attualità dell’uomo – sono l’emblema più eloquente ed anche rumoroso; ma è un fracasso che Bonini sa magistralmente ridurre a silenzio poetico, a stupefazione metafisica. Un mondo domato dopo esser stato evocato.
La purezza e l’incisività del segno che fa rivivere in termini poetici la forma e la riassume. Sarebbe anzi prontissima ad accogliere, nel suo abbraccio, il colore ma anche così, a volte bloccata con energia dalla linea spessa, talaltra sottilissima oppure accennata con una sorta di sfumo o di velatura, questa forma pulsa di esistenza propria, irripetibile. Così, con i disegni, gli acquarelli, gli inchiostri, i “carboni”, le xilografie, le puntesecche, i “pennarelli” Bonini ci fa percorrere, emozione dopo emozione, un lungo itinerario in mezzo all’uomo, con o senza giacca; un viaggio nello spirito, nell’ambiente, nel lavoro dell’uomo ovunque l’occhio sensibile dell’artista abbia “visto” o “immaginato”.
Ma nulla di convenzionale vi è in questo pellegrinaggio: ogni immagine, scaturita da una tecnica sapiente e impeccabile, priva di virtuosismo, è concepita in chiave poetica e tanto basta a porla su un piano ideale, a sottrarla all’usura del consumo, a farla più spirito che materia.
In Bonini si coglie una strana capacità di sognare da sveglio, di fantasticare occupandosi senza ambasce di tutto ciò che è più reale, di idealizzare su un piano di assoluta concretezza, di costruire il pensiero servendosi di tutto ciò che è più normale, corrente, senza funambolismi. Valga per tutti un esempio: quello della motocicletta, dopo quello della giacca.
La motocicletta è aggeggio molto comune; ma una montagnola di motociclette significa già l’ingresso a vele spiegate nell’invenzione, nella filosofia, nella dimensione onirica.
Un’impostazione colta, un poco letteraria nel senso migliore del termine. Bonini non fa dell’ermetismo gratuito, svegliando il cuore ma non certo colpendolo con armi romantiche, per arrivare razionalmente al cervello, in modo a volte scanzonato, sulla strada più difficile, costellata di diavolerie sottilissime, terribilmente umane
Franco Ceriotto
Da Grafica di Demos Bonini, Edizioni d’arte Ghelfi, Verona 1973
Da Grafica di Demos Bonini, Edizioni d’arte Ghelfi, Verona 1973