Dal neorealismo nel dopoguerra fino all’informale fra la fine degli anni 50 e i primi anni 60: tutti i “percorsi” che hanno scandito la carriera artistica del riminese.
La carriera dei pittori di vaglia è scandita da “periodi” attraverso i quali l’artista sviluppa il proprio percorso di ricerca. Anche Demos Bonini (Rimini 1915-1991) non si sottrae a questa regola. Rivedendo le sue opere si può notare come il neorealismo, in particolare dopo l’esperienza romana, sia la corrente nella quale si muove nel dopoguerra, con alcune brevi “fughe” verso una pittura più espressionista fino all’informale fra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60.
A ben guardare, il 1967 (con qualche raro “ritorno” nei due anni successivi) è l’anno del cambiamento, la fine di un “periodo”. L’icona classica di Demos — le giacche e gli altri capi di abbigliamento come cappotti, sciarpe e impermeabili — vengono ripresi per l’ultima volta sui loro supporti naturali (sedie, poltrone o attaccapanni) all’interno dello studio o in ambienti rigorosamente chiusi. Le figure di operai e marinai che caratterizzano le sue tele degli anni ’50 spariscono quasi completamente; compaiono più spesso gli oggetti e gli indumenti vuoti e abbandonati che risaltano su sfondi poco luminosi, bruni o verdastri.
Lui stesso nell’autobiografia Una vita per la pittura curata da Pier Giorgio Pasini (1995), riferendosi agli ultimi anni ’60, riconosce di vivere “…un clima insoddisfatto, di maturità stanca” e aggiunge di “…produrre quadri pieni di rabbia…”. Tuttavia, è proprio in questo periodo di “crisi”, dove l’ispirazione sembra esaurirsi, che il pittore avverte la necessità di trovare nuove energie per rinnovarsi. Il sincero e spontaneo realismo personale riemerge con straordinario vigore, portandolo a realizzare alcuni dei suoi quadri più intensi. Una conferma viene dal successo della personale nella Sala delle Colonne di Rimini del 1968, paragonabile solo a quello riscosso dodici anni prima, nel 1956.
La rigorosa revisione critica del proprio operato crea le condizioni per un cambiamento sostanziale che caratterizza il decennio successivo. Le giacche perdono la loro identità di oggetti d’uso, escono all’aperto e diventano “personaggi” della composizione. Demos passa a una sorta di surrealismo intriso di valenze letterarie e filosofiche che trascendono la realizzazione pratica dell’opera. È un gioco intellettuale che colloca oggetti e persone in contesti inusuali e imprevedibili. Per favorirne la leggibilità, anche la tecnica cambia, diventando più calligrafica e definita: gli oggetti sono ben contornati e i colori risultano più compatti e brillanti.
Come evidenziato nel catalogo curato da Michela Cesarini (2006), questo nuovo corso, in cui gli oggetti si “spostano” in posti dove difficilmente potremmo vederli, caratterizza la pittura di Bonini per tutto l’arco degli anni Settanta. Gli anni ’80 e quelli successivi saranno poi caratterizzati da altri cambiamenti e da molte rivisitazioni del passato. (S.S.)
La carriera dei pittori di vaglia è scandita da “periodi” attraverso i quali l’artista sviluppa il proprio percorso di ricerca. Anche Demos Bonini (Rimini 1915-1991) non si sottrae a questa regola. Rivedendo le sue opere si può notare come il neorealismo, in particolare dopo l’esperienza romana, sia la corrente nella quale si muove nel dopoguerra, con alcune brevi “fughe” verso una pittura più espressionista fino all’informale fra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60.
A ben guardare, il 1967 (con qualche raro “ritorno” nei due anni successivi) è l’anno del cambiamento, la fine di un “periodo”. L’icona classica di Demos — le giacche e gli altri capi di abbigliamento come cappotti, sciarpe e impermeabili — vengono ripresi per l’ultima volta sui loro supporti naturali (sedie, poltrone o attaccapanni) all’interno dello studio o in ambienti rigorosamente chiusi. Le figure di operai e marinai che caratterizzano le sue tele degli anni ’50 spariscono quasi completamente; compaiono più spesso gli oggetti e gli indumenti vuoti e abbandonati che risaltano su sfondi poco luminosi, bruni o verdastri.
Lui stesso nell’autobiografia Una vita per la pittura curata da Pier Giorgio Pasini (1995), riferendosi agli ultimi anni ’60, riconosce di vivere “…un clima insoddisfatto, di maturità stanca” e aggiunge di “…produrre quadri pieni di rabbia…”. Tuttavia, è proprio in questo periodo di “crisi”, dove l’ispirazione sembra esaurirsi, che il pittore avverte la necessità di trovare nuove energie per rinnovarsi. Il sincero e spontaneo realismo personale riemerge con straordinario vigore, portandolo a realizzare alcuni dei suoi quadri più intensi. Una conferma viene dal successo della personale nella Sala delle Colonne di Rimini del 1968, paragonabile solo a quello riscosso dodici anni prima, nel 1956.
La rigorosa revisione critica del proprio operato crea le condizioni per un cambiamento sostanziale che caratterizza il decennio successivo. Le giacche perdono la loro identità di oggetti d’uso, escono all’aperto e diventano “personaggi” della composizione. Demos passa a una sorta di surrealismo intriso di valenze letterarie e filosofiche che trascendono la realizzazione pratica dell’opera. È un gioco intellettuale che colloca oggetti e persone in contesti inusuali e imprevedibili. Per favorirne la leggibilità, anche la tecnica cambia, diventando più calligrafica e definita: gli oggetti sono ben contornati e i colori risultano più compatti e brillanti.
Come evidenziato nel catalogo curato da Michela Cesarini (2006), questo nuovo corso, in cui gli oggetti si “spostano” in posti dove difficilmente potremmo vederli, caratterizza la pittura di Bonini per tutto l’arco degli anni Settanta. Gli anni ’80 e quelli successivi saranno poi caratterizzati da altri cambiamenti e da molte rivisitazioni del passato. (S.S.)
Corriere Romagna
Lunedì 29 Ottobre 2012
Lunedì 29 Ottobre 2012