Demos, personaggio straordinario

Fra i genitori delle mie compagne della scuola elementare, professionisti ed impiegati per la maggior parte, si distingueva, per il nome inconsueto Demos e la professione rara, un pittore.
Da sempre attratta dalle forme e dai colori, l’artista anche allora mi sembrava un personaggio straordinario. Questi lontani ricordi sono i primi che mi legano a Demos Bonini che posso dire di conoscere, dunque, da tutta la vita; gli ultimi, invece – lontani oltre quarant’anni dai primi – sono di pochi giorni. Lo incontravo quasi ogni mattina, lui camminava piano piano vicino a casa, io accompagnavo mio padre in lentissime passeggiate in compagnia di ricordi lontani e bellissimi, ogni giorno più lontani, mentre quelli di ieri si fanno confusi.
In queste occasioni un saluto e qualche frase amara sulla lentezza dei loro passi, sulla necessità di farsi aiutare per camminare, sul tempo che passa veloce e non ha pietà. Nei primi mesi di quest’anno avevo avuto un’occasione preziosa per vederlo e parlargli spesso e dell’unico argomento che, credo, ancora lo interessasse: la pittura.
Per preparare un breve profilo ed una mostra delle opere del Conte Andrea Baldini avevo pensato infatti di attingere alle fonti dirette che mi erano più vicine; mio padre e Demos, entrambi, sia pur in tempi e modi diversi, erano stati amici del pittore.
Demos era già ammalato, ma non soffriva solo il suo corpo, era lo spirito che si andava spegnendo; si chiudeva infatti ogni giorno di più in una cupezza profonda e fastidiosa che gli rendeva estranea ogni cosa, che lo aveva allontanato dai colori e dai pennelli, che lo teneva lontano dal suo studio.
Forse per accontentarmi con la squisita gentilezza che sapeva trovare sotto l’aspetto vagamente burbero, aveva incominciato a studiare con me i quadri di Baldini e davanti a quelle immagini dalla sua memoria avevano incominciato a zampillare ricordi di stupefacente freschezza, episodi così vivi che sembrava che fuori dallo studio ci fosse ancora, palpitante di vita, quella Rimini che invece è scomparsa da decenni.
Dalle sue parole nascevano straordinari ricordi: le case coloniche con i pagliai a Covignano, i sentieri freschi e silenziosi della campagna, il greto del fiume con la ghiaia e i pioppi, il mare che entrambi amavano moltissimo con le barche a vela e le donne che raccoglievano le poveracce! “Ecco! Qui eravamo alla sinistra del porto, andavamo sempre lì perché era una zona più appartata, non c’era nessuno e Andrea era molto timido, non gli piacevano i curiosi; siamo nell’autunno del trentanove; questo è Covignano, davanti al cancello di una casa colonica, io la dipingevo da una parte, lui dall’altra, eravamo andati su in bicicletta, come sempre, questo è del quarantuno, la primavera del quarantuno; ecco, qui, nel suo autoritratto, aveva voluto imitare i modi del realismo, siamo negli anni cinquanta dopo che ero tornato da Roma.
Riviveva con molta gioia – voglio sperarlo, visto che gli imponevo uno sforzo di memoria notevole! – quegli anni lontani, quelle esperienze giovanili, quei momenti fondamentali della sua formazione e della sua attività di pittore.
In quel periodo, pur soffrendo molto per la crudele ferita che non si sarebbe più rimarginata, mi aveva offerto il suo aiuto con uno slancio certo straordinario in un momento della sua vita nel quale sembrava spento ogni altro entusiasmo, ma pur essendo disposto a fornirmi materiale prezioso per il lavoro che andavo facendo, aveva posto un diniego gentile ma fermissimo all’invito di presenziare alla presentazione al pubblico dell’opera di Andrea Baldini. Non avevo insistito pur molto dispiaciuta – anche mio padre aveva posto lo stesso rifiuto per analoghe ragioni. Nella tarda primavera di quest’anno sono andata a trovarlo nello studio ed ho avuto la gioia di trovarlo con i pennelli in mano, gliel’ho fatto notare sorridendo, lui ha risposto quasi con pudore, “sì, ho ricominciato!…” In quell’occasione, con un gesto che lui stesso aveva definito raro “io non regalo le mie cose se non molto raramente e solo alle persone che mi sono più vicine!” aveva voluto regalarmi un suo bel disegno degli anni cinquanta con i marinai sul porto; gesto squisito che ho molto apprezzato, insieme alle parole della moglie che, con sensibilità delicatissima, volle farmi poi sapere quanto gradite fossero le mie visite a Demos e quanto bene facesse al suo spirito parlare di pittura e di pittori con me.
Anna Maria Graziosi Da “Il Ponte”, anno XVI, n. 31, Rimini 1 settembre 1991