Il tono della pittura di Demos Bonini è sospeso tra la favola e la realtà; è ancora evidente la sua radice realista sotto le divagazioni fantastiche che caricano le cose di simboli e di significati nascosti.
Questa operazione è condotta con estremo pudore, quasi che il pittore ritenga arbitrario tagliare ogni legame tra le sue immagini e la verosimiglianza con le situazioni reali. L’implicazione fantastica non travolge le regole che governano le cose: circostanze dunque verosimili dentro situazioni logiche. Una pittura realista con un desiderio surreale; un racconto intimista che si muta in favola.
Mutandosi in favola tende a coprire uno spazio più largo, può dire cose amare con dolcezza, può innestare il ricordo al presente, contiene implicita una morale. Il protagonista di questo racconto è un indumento, quasi sempre una giacca, appeso o abbandonato un po’ dappertutto; che è poi la storia di un uomo che ci lascia un segno, non riesce o non vuole far perdere le sue tracce e così ci è facile sapere di cosa è animata la sua malinconia, dove insegue la speranza, quali sono le origini delle sue illusioni e delusioni.
Inseguiamo allora questa giacca che molto presumibilmente è quella di Demos stesso. Eccola appesa ad una quinta; sul fondo un gabbiano vagabondo sopra un mare turchino. L’uomo proprietario della giacca si è tramutato in gabbiano; l’indumento appeso è il segno che ci ha lasciato; lui ha messo le ali per volare sul mare della sua giovinezza, sentirne l’antico profumo di libertà, vivere il ricordo della sua misteriosa suggestione. O la giacca sgualcita abbandonata sull’erba, verde ricamo di un prato, diventare essa stessa simbolo di un uomo inerte, solo e smarrito.
E’ ancora la giacca sul terrazzo, su una sedia, contro gli alberi dell’inverno e poi della primavera e raccontarci un viaggio sentimentale sul tessuto di una cronaca struggente di provincia.
Eccoci dentro il mondo di Demos: un ripensamento della sua vita attraverso il viaggio che fa compiere alla sua giacca. Un giudizio amaro se è vero che quell’indumento-simbolo è ormai diventato come una pelle, come l’involucro disseccato e disabitato di ciò che è rimasto della sua vita; ma un giudizio anche intriso di emozioni, di ricordi trepidanti di nostalgia, di lieviti poetici. Demos rincorre la storia della sua vita con pudore, quasi con leggera ironia; le allusioni si stemperano nella cordialità della sua immagine pittorica che assume spesso toni così garbati da poterla godere senza avvertire l’allarme del suo significato nascosto.
Un pittore quindi delicato nei modi e acuto nella sostanza dolorosa del suo mondo poetico dove il tempo del passato ritorna a illuminare le nostre delusioni dove il bisogno di libertà assume il carattere di un desiderio impossibile che vola su di un mare misterioso; ma dove anche la cognizione stessa della delusione diventa un momento per capire, per ripensare, per continuare a sperare. Questa è la morale delle favole di Demos Bonini.
Il mare, il cielo, il prato, gli alberi, la natura tutta, proteggono quella giacca-simbolo sgualcita e invecchiata, ma ancora intrisa del calore dell’uomo.
Questa operazione è condotta con estremo pudore, quasi che il pittore ritenga arbitrario tagliare ogni legame tra le sue immagini e la verosimiglianza con le situazioni reali. L’implicazione fantastica non travolge le regole che governano le cose: circostanze dunque verosimili dentro situazioni logiche. Una pittura realista con un desiderio surreale; un racconto intimista che si muta in favola.
Mutandosi in favola tende a coprire uno spazio più largo, può dire cose amare con dolcezza, può innestare il ricordo al presente, contiene implicita una morale. Il protagonista di questo racconto è un indumento, quasi sempre una giacca, appeso o abbandonato un po’ dappertutto; che è poi la storia di un uomo che ci lascia un segno, non riesce o non vuole far perdere le sue tracce e così ci è facile sapere di cosa è animata la sua malinconia, dove insegue la speranza, quali sono le origini delle sue illusioni e delusioni.
Inseguiamo allora questa giacca che molto presumibilmente è quella di Demos stesso. Eccola appesa ad una quinta; sul fondo un gabbiano vagabondo sopra un mare turchino. L’uomo proprietario della giacca si è tramutato in gabbiano; l’indumento appeso è il segno che ci ha lasciato; lui ha messo le ali per volare sul mare della sua giovinezza, sentirne l’antico profumo di libertà, vivere il ricordo della sua misteriosa suggestione. O la giacca sgualcita abbandonata sull’erba, verde ricamo di un prato, diventare essa stessa simbolo di un uomo inerte, solo e smarrito.
E’ ancora la giacca sul terrazzo, su una sedia, contro gli alberi dell’inverno e poi della primavera e raccontarci un viaggio sentimentale sul tessuto di una cronaca struggente di provincia.
Eccoci dentro il mondo di Demos: un ripensamento della sua vita attraverso il viaggio che fa compiere alla sua giacca. Un giudizio amaro se è vero che quell’indumento-simbolo è ormai diventato come una pelle, come l’involucro disseccato e disabitato di ciò che è rimasto della sua vita; ma un giudizio anche intriso di emozioni, di ricordi trepidanti di nostalgia, di lieviti poetici. Demos rincorre la storia della sua vita con pudore, quasi con leggera ironia; le allusioni si stemperano nella cordialità della sua immagine pittorica che assume spesso toni così garbati da poterla godere senza avvertire l’allarme del suo significato nascosto.
Un pittore quindi delicato nei modi e acuto nella sostanza dolorosa del suo mondo poetico dove il tempo del passato ritorna a illuminare le nostre delusioni dove il bisogno di libertà assume il carattere di un desiderio impossibile che vola su di un mare misterioso; ma dove anche la cognizione stessa della delusione diventa un momento per capire, per ripensare, per continuare a sperare. Questa è la morale delle favole di Demos Bonini.
Il mare, il cielo, il prato, gli alberi, la natura tutta, proteggono quella giacca-simbolo sgualcita e invecchiata, ma ancora intrisa del calore dell’uomo.
Alberto Sughi
Da Demos Bonini, Galleria dArte Russo, Roma 1971
Da Demos Bonini, Galleria dArte Russo, Roma 1971