Caro Demos, trovo molto felice la scelta dei quadri per la mostra romana. E’ forse la tua rassegna più omogenea, quella che ti rappresenta meglio.
Temevi sul serio per le tue giacche?
Pensavi davvero che questa ostinatezza nel riproporle potesse significare qualcosa di riduttivo del tuo talento e del tuo animo?
Io che le ho viste tutte, o quasi, dal ‘45 ad oggi, le ho trovate sempre più esemplari del tuo modo di essere. Ma poi, un artista non racconta sempre, qualunque sia la forma che sceglie, la stessa cosa? Non eri tu a dirmi che un’idea deve poter diventare un’ossessione?
Oggi, nei tuoi quadri, è ben visibile il segno di questa moralità. La verifica all’origine di ciò che sei non riconduce a qualcosa di sentimentale, non tende affatto alla nostalgia, al recupero di un piccolo mondo consolatorio e pacificante. Non sono tutte là, all’origine, le cose che ti hanno ferito e che ti feriranno?
Ricordo le prime giacche, nel chiuso delle stanze e delle botteghe, tutt’uno con i muri, erano appese senza neppure un indizio di speranza. Oggi le ho viste sull’erba, spesso hanno accanto il mare (un mare fermo, ma poi il vento lo muove), lontane dai muri, come se la vita tentasse di prendere le sue distanze perché un confronto sia ancora possibile, perché non è vero che tutto è concluso.
Verrò alla mostra, salvami una giacca.