La sala operatoria è un soggetto poco ricorrente nell’arte se si escludono gli ex-voto per grazia ricevuta dove è abbastanza frequente e qualche reportage dei pittori di guerra. L’atmosfera angosciante della scena è poco attrattiva e le difficoltà oggettive per riprenderla dal vero senza interferire con l’asepsi dell’ambiente e le dinamiche delle persone che vi lavorano, limitano fortemente la presenza di estranei. Solo appunti e schizzi tracciati dall’esterno possono fare da base all’opera che sarà eseguita nello studio del pittore.
Gianni Morolli, medico di famiglia, nel 2014 pubblica per l’editore Panozzo di Rimini, l’agile volumetto “Dutor ai cavèmi zampét”, un piccolo dizionario di termini e modi di dire in gergo riminese a proposito di malattie e malanni. All’interno è riprodotta “Sala operatoria”, una tecnica mista in bianco e nero di Demos Bonini (Rimini 1915-1991) del 1975.
L’analisi di Demos Bonini L’analisi del proprio quadro da parte dell’artista è sincera e appropriata: un corpulento chirurgo che assomiglia straordinariamente a Silvio Berlusconi, con l’aiuto, la suora-strumentista e l’anestesista, opera un paziente “inesistente” in una condizione di irreale lindore, pressoché priva di sangue. Demos annota: “In sala operatoria in effetti tutto appare statico e i movimenti sono impercettibili, ma forse lo sguardo fermo e ‘impietrito’ era il mio”.
Confronti con altri artisti romagnoli Anche la sala operatoria dipinta da Vincenzo Stagnani (Modigliana 1914-1985) nel 1949 — un artista che alterna con successo l’attività di ceramista a quella di grafico e pittore — è dominata dall’immobilità delle figure e dal silenzio. Eseguita con minuzioso rigore, mostra tutti i protagonisti della scena, identificati dallo storico della medicina Francesco Aulizio:
Il professor Giovanni Bizzocchi, primario chirurgo dell’ospedale di Modigliana (del quale Stagnani illustra gli articoli scientifici).
L’aiuto dottor Joffre Neri.
Le tre suore: Maria Josè, Ottavia e Cecilia (la superiora).
Inquietante e di effetto è invece l’acquaforte di Giovanni Cappelli (Cesena 1923-Milano 1994) della serie degli anni Sessanta, dove l’artista affronta il tema con un taglio più espressionista e drammatico.
Di Sergio Sermasi