“Il mio incontro con Renato Guttuso risale al 1950”. Il pittore riminese Demos Bonini ci racconta della sua amicizia con il celebre artista siciliano, scomparso recentemente.
Guttuso era giunto in Romagna con la futura moglie, una nobildonna lombarda venuta a divorziare a San Marino. “L’ho conosciuto all’Aquila d’Oro, l’ho poi invitato nel mio studio che allora si trovava in via Dante, dove ora abito. Ha guardato i miei quadri, abbiamo parlato e mi ha suggerito di fare una mostra a Roma. Ed io ci sono andato, lui mi aveva offerto ospitalità nella sua bottega, in attesa di poter esporre in qualche sala libera”.
Bonini poté presentare le sue tele al pubblico capitolino solo dopo qualche mese. In quel periodo, rimase a lavorare nello studio di Guttuso, a cui faceva “un po’ da segretario”. Lo studiava, mentre preparava quadri che sarebbero poi diventati celebri.
“In quel momento stava elaborando una tela enorme, la Battaglia di ponte Ammiraglia, sei metri per tre, piena di ritratti e di figure, molte delle quali erano di compagni di partito. C’è anche un suo autoritratto: è Guttuso quel soldato caduto all’indietro”, ricorda Demos.
I rapporti di Guttuso e Bonini si fanno sempre più cordiali: “Gli ero diventato amico. Quando lui doveva andarsene fuori per lavoro (scenografie e costumi per le rappresentazioni teatrali, ad esempio), dovevo aspettare un mercante che gli pagava 80 mila lire ogni disegno. Una cifra favolosa per quei tempi”.
La sera, talora, il giovane Demos conversava con la matura signora Mimise, “una donna eccezionale, piacevolissima come persona, l’unico vero amore di Guttuso”. Guttuso ed amici avevano costituito una specie di cenacolo che si ritrovava nelle osterie romane. “Spesso – ricorda Demos – dovevo disertare gli incontri, perché non avevo una lira. Non uscivo di casa e me ne stavo a letto”. Con un ritratto eseguito per un facoltoso committente, arrivarono i primi guadagni, 80 mila lire, come per un disegno di Guttuso. La frequentazione degli amici riprese. Guttuso gli chiese: “Ma dove sei stato finora, fuori Roma?”. “No, chiuso in casa, senza soldi” rispose Demos che commenta: “Allora Guttuso mi disse una cosa che forse poteva essere antipatica: non chiedermi soldi, perché non li ho. Stando con me, puoi conoscere Roma”. “A me non interessava farmi pagare per fargli da segretario o da aiuto.
Mi era utile vederlo lavorare. Era un mago. Picasso gli aveva detto, pochi mesi prima, nella cappella Sistina in Vaticano, che loro due erano gli ultimi pittori con capacità michelangiolesche”, ricorda Bonini che aggiunge: “Non volevo soldi, era contro il mio carattere. Cercavo soltanto di imparare”.
Dopo la mostra, Demos ritornò a Rimini: “Roma è una città suggestiva, è bello sedersi in piazza di Spagna e godersi la luce ed i monumenti, senza lavorare. Rimini mi è sempre piaciuta per viverci. A Rimini potevo lavorare. Poi certe cose non mi piacevano”.
E qui Demos racconta le tavolate in trattoria a cui intervenivano Moravia, Antonello Trombadori, Amendola e Pajetta.
“Pajetta stava sempre zitto, serio. Chiuso. Perché – chiesi a Trombadori. Vigilanza rivoluzionaria, mi rispose. Ciò mi dava fastidio. Quella sera, me ne sono andato in un altro tavolo. A Guttuso che me ne chiese la causa, risposi che la vigilanza rivoluzionaria mi mandava di traverso il mangiare”.
La battuta non piacque, “dette noia”. Ma Demos è fatto così: “Ho sempre avuto il bisogno di essere libero. Ho fatto la guerra di liberazione, ma non figuro fra i partigiani e così ho perso sette anni di anzianità, per la pensione”. Tornando a Rimini, ho scelto la mia libertà, fra le cose più vicine e congeniali. Lasciare Guttuso è stato difficile.
Eravamo proprio amici, poi avevo una grande ammirazione per lui come pittore”. Come lavorava, quale stile caratterizzava allora Demos? “La nostra era una strana pittura, in quegli anni – risponde -. Ero nel periodo che chiamo post-cubista, ecco guarda questa natura morta, nascosta sopra quell’armadio, c’era il figurativo, l’espressionismo. Dal contatto di tanti di noi con Guttuso, nacque ‘Realismo’, una corrente che ci offriva una visione più nitida delle cose. E a Rimini eravamo tutti realisti, Mori, Benzi, Miselli. Poi alcuni si sarebbero dissociati … Io sono rimasto realista, per farmi capire meglio”.
Il discorso ritorna su Guttuso e la sua scomparsa: “Mesi fa un mercante che venne a visitarmi mi disse che ormai non c’erano più speranze. Sergio Zavoli me lo confermò”.
Dopo la morte, le polemiche sulla conversione: “Ogni uomo ha il diritto di scegliere e di fare secondo coscienza – dice Bonini – Tutti noi possiamo un giorno ritornare alla fede che da fanciulli ci faceva dire le orazioni, quando la mamma controllava se le avessimo recitate davvero”.
Guttuso era giunto in Romagna con la futura moglie, una nobildonna lombarda venuta a divorziare a San Marino. “L’ho conosciuto all’Aquila d’Oro, l’ho poi invitato nel mio studio che allora si trovava in via Dante, dove ora abito. Ha guardato i miei quadri, abbiamo parlato e mi ha suggerito di fare una mostra a Roma. Ed io ci sono andato, lui mi aveva offerto ospitalità nella sua bottega, in attesa di poter esporre in qualche sala libera”.
Bonini poté presentare le sue tele al pubblico capitolino solo dopo qualche mese. In quel periodo, rimase a lavorare nello studio di Guttuso, a cui faceva “un po’ da segretario”. Lo studiava, mentre preparava quadri che sarebbero poi diventati celebri.
“In quel momento stava elaborando una tela enorme, la Battaglia di ponte Ammiraglia, sei metri per tre, piena di ritratti e di figure, molte delle quali erano di compagni di partito. C’è anche un suo autoritratto: è Guttuso quel soldato caduto all’indietro”, ricorda Demos.
I rapporti di Guttuso e Bonini si fanno sempre più cordiali: “Gli ero diventato amico. Quando lui doveva andarsene fuori per lavoro (scenografie e costumi per le rappresentazioni teatrali, ad esempio), dovevo aspettare un mercante che gli pagava 80 mila lire ogni disegno. Una cifra favolosa per quei tempi”.
La sera, talora, il giovane Demos conversava con la matura signora Mimise, “una donna eccezionale, piacevolissima come persona, l’unico vero amore di Guttuso”. Guttuso ed amici avevano costituito una specie di cenacolo che si ritrovava nelle osterie romane. “Spesso – ricorda Demos – dovevo disertare gli incontri, perché non avevo una lira. Non uscivo di casa e me ne stavo a letto”. Con un ritratto eseguito per un facoltoso committente, arrivarono i primi guadagni, 80 mila lire, come per un disegno di Guttuso. La frequentazione degli amici riprese. Guttuso gli chiese: “Ma dove sei stato finora, fuori Roma?”. “No, chiuso in casa, senza soldi” rispose Demos che commenta: “Allora Guttuso mi disse una cosa che forse poteva essere antipatica: non chiedermi soldi, perché non li ho. Stando con me, puoi conoscere Roma”. “A me non interessava farmi pagare per fargli da segretario o da aiuto.
Mi era utile vederlo lavorare. Era un mago. Picasso gli aveva detto, pochi mesi prima, nella cappella Sistina in Vaticano, che loro due erano gli ultimi pittori con capacità michelangiolesche”, ricorda Bonini che aggiunge: “Non volevo soldi, era contro il mio carattere. Cercavo soltanto di imparare”.
Dopo la mostra, Demos ritornò a Rimini: “Roma è una città suggestiva, è bello sedersi in piazza di Spagna e godersi la luce ed i monumenti, senza lavorare. Rimini mi è sempre piaciuta per viverci. A Rimini potevo lavorare. Poi certe cose non mi piacevano”.
E qui Demos racconta le tavolate in trattoria a cui intervenivano Moravia, Antonello Trombadori, Amendola e Pajetta.
“Pajetta stava sempre zitto, serio. Chiuso. Perché – chiesi a Trombadori. Vigilanza rivoluzionaria, mi rispose. Ciò mi dava fastidio. Quella sera, me ne sono andato in un altro tavolo. A Guttuso che me ne chiese la causa, risposi che la vigilanza rivoluzionaria mi mandava di traverso il mangiare”.
La battuta non piacque, “dette noia”. Ma Demos è fatto così: “Ho sempre avuto il bisogno di essere libero. Ho fatto la guerra di liberazione, ma non figuro fra i partigiani e così ho perso sette anni di anzianità, per la pensione”. Tornando a Rimini, ho scelto la mia libertà, fra le cose più vicine e congeniali. Lasciare Guttuso è stato difficile.
Eravamo proprio amici, poi avevo una grande ammirazione per lui come pittore”. Come lavorava, quale stile caratterizzava allora Demos? “La nostra era una strana pittura, in quegli anni – risponde -. Ero nel periodo che chiamo post-cubista, ecco guarda questa natura morta, nascosta sopra quell’armadio, c’era il figurativo, l’espressionismo. Dal contatto di tanti di noi con Guttuso, nacque ‘Realismo’, una corrente che ci offriva una visione più nitida delle cose. E a Rimini eravamo tutti realisti, Mori, Benzi, Miselli. Poi alcuni si sarebbero dissociati … Io sono rimasto realista, per farmi capire meglio”.
Il discorso ritorna su Guttuso e la sua scomparsa: “Mesi fa un mercante che venne a visitarmi mi disse che ormai non c’erano più speranze. Sergio Zavoli me lo confermò”.
Dopo la morte, le polemiche sulla conversione: “Ogni uomo ha il diritto di scegliere e di fare secondo coscienza – dice Bonini – Tutti noi possiamo un giorno ritornare alla fede che da fanciulli ci faceva dire le orazioni, quando la mamma controllava se le avessimo recitate davvero”.
Antonio Montanari
Da “Il Ponte”, anno XII, n. 5, Rimini 8 febbraio 1987