Il successo di Fellini è anche colpa sua

C’è una donna, a Rimini, che quando, per la strada, s’imbatte nel pittore Demos Bonini, con un profondo sospiro d’amarezza rievoca il passato di suo figlio.
E se non fosse che tra Demos Bonini e la donna è sempre esistito un rapporto di profonda amicizia, il pittore sarebbe indotto a credersi responsabile della disgrazia capitata al figlio della donna la quale, tra il benevolo e il rassegnato, scuotendo il capo, ogni volta ripete a Bonini che lo si deve proprio a lui se adesso il figlio non vive a Rimini e non è diventato, come avrebbe potuto, uno stimato professionista della città. Un avvocato.
Il figlio è Federico Fellini, amico d’infanzia di Demos Bonini. Fellini e Bonini, ragazzi della stessa età e un po’ diseredati ma non certo privi di fantasia, s’erano uniti e avevano fondato una piccola società che si chiamava FE-BO a testimonianza della perfetta divisione delle forze.
I due giovani dipingevano e lo scopo della società era quello di creare pannelli reclamistici delle pellicole che il sabato e la domenica si proiettavano al cinema Fulgor, sul corso principale della città. Non c’era altro da fare.
La fortuna non arrideva ai due ragazzi la cui fatica non era quasi mai compensata in misura soddisfacente. Sennonché dei due, uno, il Bonini, era più ottimista dell’altro e fu proprio per iniziativa di Demos che Fellini spedì a un giornale di Firenze alcune sue vignette ottenendo in risposta una bella cifra e l’invito a continuare una collaborazione appena nata.
Quell’episodio causò il trionfo e la fine della piccola società dei due ragazzi: Fellini prese una strada diversa da quella di Demos il quale rimase radicato a Rimini a dipingere sentimenti, delusioni, amori e stati d’animo vissuti di pari passo col fluttuante ritmo della sua città, metropolitana in estate e pigra e chiusa in inverno nell’antico labirin­to di straducole e di riflessioni.
Fellini è diventato grande regista a Roma ma il successo di Federico è rimasto, per la mamma dell’artista, una sorta di macchia sulla coscienza di Bonini ed è per questo che ogni tanto l’incontro casuale della signora Ida con il pittore finisce col profondo sospiro della donna che avrebbe visto più volentieri suo figlio diventare, sotto i suoi occhi, un avvocato di Rimini.
Demos Bonini sorride. La sua vita, invece, si realizza per intero nella città che lo ha visto nascere: se Bonini parte da Rimini lo fa solo per seguire da vicino una mostra a Roma o a Milano oppure per cercare, in un paesaggio nuovo, un rapporto più intenso col mare. Bonini è forse la creature più “ammalata” di mare che esista al mondo e la realtà, soprattutto sotto un profilo gastronomico, è testimoniata dal fatto che quando il lavoro glielo consente, i vecchi amici di Bonini, a cominciare da Fellini, volano a Rimini per passare una serata nella casa del pittore il quale si trasforma in cuoco di rara abilità realizzando, sulla graticola, le saporose ricette dei pescatori dell’Adriatico.
Da Fellini a Sergio Zavoli, dagli artisti agli antichi e più umili amici d’infanzia emigrati nelle grandi città, tutti, di tanto in tanto, si ritrovano nella casa di Bonini, a Rimini, dove in un misto di fumo e di saraghina allo spiedo, di piadina calda e di sangiovese d’annata scoperto nella buona cantina d’una canonica di campagna, rivivono i sentimenti e le storie dell’infanzia assieme ai sogni che il pittore coltiva esprimendoli con poetica e profonda amarezza nelle sue famose “giacchine”, tema ricorrente d’una costante ricerca d’evasione di fronte all’incalzante, distruttiva civiltà del cemento.
Quando gli amici se ne vanno, molte volte di notte, dopo la sera trascorsa a tavola, con Bonini cuciniere dei pesci più modesti ma anche più gustosi dell’Adriatico, Fellini lo stuzzica: “vieni a Roma con me?”.
Ogni volta, dopo l’abbraccio, puntualmente Bonini risponde di no, che lui resta qui, perché dove lo trovi, lontano di qui, un mare che ti conosce in fondo all’animo, che custodisce tutti i tuoi pensieri?
Va bene così, per Demos Bonini che si sazia degli incontri con gli amici che “fuori” hanno fatto fortuna e che torna, ogni volta più ricco, a vivere nel suo studio, col camice bianco come un farmacista oppure sulla riva del mare, felice d’aver scelto questa strada, tra ragazzi dei quali Fellini ha raccontato la storia nei “Vitelloni”.
Dal suo angolo il mondo acquista una dimensione chiarissima. Nella poesia di Bonini, nei suoi colori e nelle sue immagini, l’uomo si ritrova con tutto il disagio della vita di oggi, consumistica e dispersiva, con una giacca abbandonata sulla sedia, e una libertà impossibile. Ma la “giacchina” abbandonata di Bonini è solo una giacca o non è forse l’uomo che si abbandona sulla sedia ormai vinto dalla realtà?
Sergio Neri
Da “Amica superestate”, anno IX. n. 27. Milano 4 luglio 1972